Rassegna 29/09-05/10
Eccezionalmente di domenica, ecco la rassegna stampa settimanale con alcuni degli avvenimenti più importanti dall'Africa e dall'Asia occidentale
Palestina
Global Sumud Flottilla
La settimana è stata dominata dalle vicende della Global Sumud Flotilla, il convoglio internazionale di imbarcazioni partito per rompere il blocco navale israeliano su Gaza. L’intercettazione — illegale ai sensi della Convenzione di Montego Bay sul diritto del mare — da parte della marina israeliana, avvenuta in acque internazionali, ha portato al sequestro di 41 imbarcazioni e all’arresto di oltre 470 attivisti provenienti da più di venti Paesi del mondo.
Dopo il sequestro, gli attivisti sono stati condotti in due penitenziari nel deserto del Negev, quelli di Ketziot e Saharonim, dove, secondo quanto riportato dai team legali che hanno cercato di tutelare gli arrestati, le autorità israeliane hanno fatto pressione affinché i partecipanti firmassero un documento con cui si ammetteva l’ingresso illegale in Israele, in modo da attivare il rimpatrio accelerato. Chi non ha firmato è in attesa di processo.
Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato condizioni di detenzione difficili e un uso eccessivo della forza al momento dell’arresto. Immediatamente in seguito alla notizia dell’intercettazione delle navi della GSF, son scoppiate spontaneamente proteste in solidarietà con gli attivisti in Europa e nel mondo.
Manifestanti nella stazione di Milano Cadorna, 01/10/25 © Leila Belhadj Mohamed
Nei giorni successivi si sono registrati i primi rilasci e rimpatri. Sabato 4 ottobre il primo volo con a bordo diversi gruppi di attivisti sono stati imbarcati su un aereo turco partito da Tel Aviv e diretto a Istanbul, organizzato in collaborazione con il Ministero degli Esteri di Ankara. A bordo si trovavano, oltre a cittadini italiani, anche francesi, belgi, tunisini, cileni e turchi, liberati dopo aver accettato la procedura di espulsione accelerata prevista dal diritto israeliano. Da Istanbul molti sono poi rientrati nei rispettivi Paesi d’origine, con voli organizzati dai consolati.
Parallelamente, hanno destato scalpore le denunce di maltrattamenti. Il giornalista turco Ersin Çelik e diversi agiornalisti e attivisti raccontato che Greta Thunberg, presente nella spedizione, sarebbe stata trascinata e umiliata durante la detenzione, arrivando perfino a essere costretta a “baciare una bandiera israeliana”. Notizie di aggressioni fisiche arrivano anche dalla Magreb Sumud Flotilla che, sui propri canali social, denuncia le condizioni di detenzione degli attivisti nordafricani.
Mohamed Essnousi, attivista tunisino, durante la passerella del ministro Ben-Gvir, ha sventolato una bandiera della Palestina che aveva nascosto sotto i vestiti e, secondo le denunce del team legale, è stato successivamente picchiato dalle forze israeliane. Il fotografo tunisino Yassine Al-Gaedi, membro dell’ufficio esecutivo della Gilda dei giornalisti, è stato aggredito e picchiato. Sempre secondo le testimonianze, basta aver dichiarato di essere libico, tunisino o algerino per far scattare le violenze fisiche da parte dei carcerieri israeliani.
Un nuovo fronte si è aperto con le rivelazioni di CBS News, secondo cui il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe personalmente autorizzato attacchi con droni contro alcune imbarcazioni della Flotilla ormeggiate nel porto tunisino di Sidi Bou Said. L’inchiesta cita fonti di intelligence israeliane e statunitensi secondo le quali, nella notte tra l’8 e il 9 settembre, un sottomarino israeliano avrebbe lanciato droni armati di dispositivi incendiari. L’attacco avrebbe provocato gravi danni materiali ma nessuna vittima, dato che le imbarcazioni erano temporaneamente disabitate. Tra le navi colpite c’è la “Family”, battente bandiera portoghese. Anche Ynet, quotidiano israeliano, conferma che l’ordine dell’operazione sarebbe arrivato “direttamente da Netanyahu”. Queste ultime rivelazioni smentirebbero la teoria secondo la quale l’attacco con droni fosse partito dalle basi italiane o da Malta, diffusa dalla stampa italiana pochi giorni dopo l’attacco.
Sul piano diplomatico, Roma continua a monitorare la situazione dei connazionali detenuti senza però sbilanciarsi nei confronti del governo israeliano, a differenza di altri governi europei — in particolare Francia, Belgio e Spagna — che hanno chiesto chiarimenti a Tel Aviv sulla legittimità dell’intervento in acque internazionali.
Nonostante le pressioni e le difficoltà, gli organizzatori della Global Sumud Flotilla ribadiscono che la missione non si fermerà. “Il nostro obiettivo resta quello di rompere l’assedio di Gaza”, hanno dichiarato in una nota diffusa da Istanbul. Una determinazione che, dopo una settimana di arresti, rilasci e tensioni diplomatiche, mantiene viva una vicenda che continua a dividere la comunità internazionale.
Gaza: bombardamenti, piano Trump e scenari diplomatici
A Gaza i bombardamenti israeliani sono proseguiti per tutta la settimana, nonostante le crescenti pressioni internazionali e i segnali di apertura di Hamas verso la proposta di pace americana — anche se, in realtà, basta essere degli osservatori attenti per capire che il “sì ma” di Hamas è la versione politica di “Inshallah = no” che tutti noi cresciuti in famiglie arabofone conosciamo (qui un thread in cui spiego perché). Le operazioni, che secondo Israele colpiscono infrastrutture militari del movimento palestinese, hanno causato nuove vittime civili e profocato distruzioni diffuse, alimentando lo scetticismo sulla possibilità di una tregua stabile.
Sul fronte politico, il cosiddetto “piano Trump” — il documento di venti punti presentato in pompa magna dal presidente Trump e che prevede cessate il fuoco, rilascio degli ostaggi e un governo transitorio a Gaza sostenuto da potenze regionali sotto la guida del Board of Peace da lui guidato — ha diviso le parti in causa, anche perché non ha previsto la presenza palestinese ai tavoli di discussione e con la creazione di questa commissione a guida Trump-Blair si apre la prospettiva di una dominazione coloniale. Comunque, da una parte Hamas ha aperto a una possibile mediazione, pur rimettendo sul tavolo i passaggi del piano egiziano, dall’altra la destra israeliana accusa Netanyahu di eccessiva concessione agli Stati Uniti.
Il tycoon ha accolto con entusiasmo l’apertura di Hamas, e chiesto l’interruzione dei bombardamenti per permettere la liberazione degli ostaggi, appello non ascoltato, data l’offensiva israeliana sempre più intensa sulla Striscia.
Intanto, le diplomazie europee e le Nazioni Unite si muovono per accompagnare la tregua: Egitto e Qatar restano gli interlocutori chiave, mentre l’Unione Europea e diverse ONG chiedono garanzie umanitarie e osservatori indipendenti sul campo. I prossimi giorni saranno decisivi per capire se l’iniziativa statunitense potrà davvero fermare la spirale di violenza o se Gaza andrà incontro all’ennesima escalation.
Siria: prime elezioni post-Assad
La Siria è tornata al voto per la prima volta dalla caduta di Bashar al-Assad, in un’elezione che segna l’avvio di una fragile transizione politica. Il voto, svoltosi domenica 5 ottobre, eleggerà un Parlamento parzialmente nominato: due terzi dei seggi sono stati scelti da collegi locali, mentre il restante terzo sarà designato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa.
Le autorità giustificano il sistema indiretto con la mancanza di registri elettorali affidabili e l’impossibilità di votare in molte aree ancora instabili. Le organizzazioni internazionali parlano però di una partecipazione limitata e di scarsa trasparenza, in un contesto dove i media restano sotto stretto controllo.
Pur con qualche segnale di pluralismo locale, gli osservatori sottolineano che si tratta più di un passo simbolico che di una svolta democratica. Il nuovo Parlamento dovrà ora elaborare una costituzione transitoria e una futura legge elettorale, con l’obiettivo, secondo il presidente al-Sharaa, di arrivare a elezioni presidenziali tra quattro o cinque anni.
Iran e la campagna di influenza israeliana
Un’inchiesta di Haaretz rivela l’esistenza di una campagna d’influenza israeliana in Iran volta a sostenere l’immagine di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià, e a rilanciare l’idea di una restaurazione monarchica come alternativa al regime islamico.
L’operazione, condotta in lingua persiana attraverso reti di profili falsi su X e Instagram, avrebbe diffuso messaggi pro-monarchia e anti-regime, combinando propaganda politica e disinformazione coordinata. Secondo le analisi di Citizen Lab, parte dei contenuti sarebbe stata generata da intelligenza artificiale, inclusi video e immagini manipolate per simulare proteste o sostegno popolare a Pahlavi.

Un caso emblematico riguarda il bombardamento israeliano della prigione di Evin, a Teheran, lo scorso giugno: subito dopo l’attacco, una serie di account legati alla rete d’influenza ha diffuso notizie e immagini “dal posto” ancora prima delle conferme ufficiali iraniane, invitando la popolazione alla rivolta. Gli investigatori ritengono che questa sincronizzazione temporale suggerisca un coordinamento diretto con operazioni militari israeliane.
L’inchiesta conclude che la campagna non sarebbe un’iniziativa isolata, ma parte di una strategia di guerra ibrida mirata a logorare il regime iraniano combinando intelligence, pressione digitale e azione militare. Haaretz sottolinea come il caso rappresenti uno dei più sofisticati esempi recenti di propaganda politica transnazionale orchestrata da uno Stato, e segnala preoccupazioni sul rischio di escalation nelle relazioni fra Israele e Iran anche sul terreno dell’informazione.
Sudan: guerra prolungata, città sotto assedio e crisi umanitaria estrema
Il conflitto in Sudan tra l’esercito regolare (SAF) e le milizie delle Forze di Supporto Rapido (RSF) continua a devastare il Paese, ormai entrato nel terzo anno di guerra. Le violenze si concentrano soprattutto a El-Fasher, nel Darfur settentrionale, dove secondo le Nazioni Unite oltre 90 civili sono stati uccisi solo nell’ultimo mese. La città resta di fatto sotto assedio, con bombardamenti quotidiani, attacchi con droni e l’impossibilità per i convogli umanitari di raggiungere la popolazione.
Le condizioni sanitarie e ambientali aggravano ulteriormente la crisi: vaste aree lungo il Nilo sono state colpite da alluvioni e da una grave epidemia di colera, che ha già provocato centinaia di migliaia di casi. Il governo di Khartoum ha minimizzato il ruolo della diga etiope GERD nelle inondazioni, per evitare un nuovo fronte diplomatico con Addis Abeba.
Nel frattempo, l’esercito sudanese ha lanciato una nuova offensiva aerea su El-Fasher e Nyala, riuscendo a rompere parzialmente il blocco imposto dalle RSF. La capitale, Khartoum, resta in gran parte distrutta: ministeri, ospedali e infrastrutture pubbliche sono ridotti in macerie, e la ricostruzione, stimata in miliardi di dollari, sembra fuori portata per un Paese al collasso economico.
La missione d’inchiesta UN Fact-Finding Mission continua il suo lavoro di raccolta di prove su crimini di guerra, violenze sessuali e attacchi contro civili, con accuse rivolte a entrambe le parti. Tuttavia, la mancanza di accesso sul terreno e la frammentazione del territorio rendono difficile qualsiasi verifica indipendente.
Sul piano politico e diplomatico, Khartoum a settembre ha tentato di riaprire un canale di mediazione con l’Unione Africana e con l’Egitto, pur rifiutando di riconoscere un ruolo politico alle RSF. Le prospettive di un cessate il fuoco restano lontane: il conflitto continua a degenerare, mentre la comunità internazionale, pur moltiplicando gli appelli e gli aiuti umanitari, fatica a incidere concretamente su una crisi a cui si dà poca attenzione.
DR Congo: richiesta la pena di morte per Kabila
Lo scorso agosto il sostituto procuratore militare della Repubblica Democratica del Congo ha formalmente chiesto la pena di morte per l’ex presidente Joseph Kabila, nell’ambito del processo in cui è accusato di gravi crimini tra cui omicidio, stupro, tortura e complicità con la ribellione del gruppo M23. Il processo si è svolto in contumacia. Le accuse includevano tradimento, crimini di guerra, insurrezione e complicità con il M23.
L’episodio è stato definito da organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, uno sforzo che rasenta la vendetta politica, avvertendo del rischio che un procedimento condotto in assenza e con presunte carenze procedurali metta in pericolo lo stato di diritto nel Paese. Va considerato anche il contesto recente: Kinshasa ha revocato nel 2024 la moratoria sulle esecuzioni capitali, aprendo così la strada a condanne a morte esecutive per reati militari ritenuti gravi.
Questa condanna ha acuito le tensioni politiche in un Paese già attraversato da conflitti armati, proteste e instabilità istituzionale, e pongono la comunità internazionale davanti alla questione delicata della giustizia e della legittimità di tali misure straordinarie.


